La paura di cambiare - Lateraltraining
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La paura di cambiare

Parlavo con un caro amico, si discuteva di come le persone mediamente siano sospettose riguardo a chi fa troppe cose o ha troppi interessi o, ancora, segue troppi progetti. L’idea, mi diceva lui, è che mediamente un individuo si concentra nel saper fare una cosa bene e lascia andare il resto. Io, dal mio punto di vista, obiettavo che se tornassimo indietro nella storia dell’uomo, vedremmo che erano indicati come virtuosi coloro che riuscivano a passare da un campo del sapere all’altro, con versatilità e apertura.

paura di cambiareGli intellettuali, i pensatori, erano filosofi, scrittori, musici, artisti, matematici. Nella stessa vita, in uno stesso percorso di crescita. Forse oggi la tendenza all’iper-specializzazione non è altro che una conseguenza della paura di perdere quel poco che si ha, cercando magari di trattenerlo nonostante l’evolvere naturale delle cose e il passare del tempo. Molte persone insistono su un unica pratica, un unico tema, non sono disposti a cambiare anche quando è semplicemente il tempo di farlo.

La storia insegna che le cose migliori sono state fatte grazie a fasi e momenti di precarietà, instabilità, incertezza. Quello che dal punto di vista tecnico viene chiamato l’equilibrio dinamico e che in sociologia ha trovato il suo grande sostenitore in Zygmut Bauman. Il contesto è fluido, il nostro ambiente non offre riferimenti solidi a parte noi stessi. Il nostro corpo e la nostra mente dovranno allora adeguarsi il più possibile al continuo cambiamento delle condizioni esterne. C’è una teoria, ricordo quando facevo l’istruttore di nuoto, che cerca di spiegare che, quando si nuota, non c’è affatto la presa, trazione e spinta, ma c’è un adattamento muscolare a dei vortici che si creano sott’acqua con il movimento, e i cui mulinelli fanno da propulsore. Risultato: cambiare i metodi di allenamento e cercare di plasmare la postura corporale su quest’idea.

Ho usato la metafora sportiva solo per dire. Noi, alla fine, viviamo la nostra condizione di continuo cambiamento anche nella resistenza, anche nella reticenza. Occuparsi di molte cose vuol dire tenere vivo il cervello, stimolare le interconnessioni e gli spostamenti interdisciplinari. Sono i nostri adattamenti alla contemporaneità che, senza avvertirci mai troppo, sposta il baricentro dei suoi comportamenti investendo la dimensione personale tanto quanto quella professionale.



Per alcuni il multitasking è un incubo, per altri il digitale è un arcano, ci sono poi quelli che preferiscono non sapere e si chiedono come mai devono rinunciare a ciò che egregiamente hanno fatto per anni e chi, invece, asseconda semplicemente il proprio modo di essere e sa di essere di passaggio, come tutto, e vuole approfittarne per sapere, conoscere, contribuire all’evolvere di quel che sarà. Io credo nella trasversalità, credo si possa fare formazione con i videogiochi, credo che il marketing possa essere sociale e che il cinema sia diventato l’unico vero contenitore enciclopedico sull’essere umano. Mi piace occuparmi di lettura e di scrittura, di sport e di turismo, vedo nelle aziende i valori e non i bilanci, immagino la tecnologia come piattaforma abilitante per tutti quelli che imparano a usarla. Non ho paura di perdere le mie energie, perché di fatto tutte convergono a costruire un filo conduttore, una ricerca privata, che è quella che voglio trasmettere nei mie progetti.

Cambiare fa parte del gioco, non solo è lecito, ma è necessario.

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