Piccola guida allo storytelling, parte 3 - Lateraltraining

Piccola guida allo storytelling, parte 3

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Le storie si basano su una formula ben precisa. Seguono, per così dire, un movimento da un punto iniziale (incipit) a un punto di arrivo (risoluzione). Non importa quanto il viaggio dei nostri personaggi possa poi davvero raccontare di un miglioramento in positivo del loro carattere o della loro situazione. Quello che importa è il fil rouge della struttura, che si nutre dell’ipotesi di un cambiamento.

I tipi umani che abbiamo scelto di descrivere nel nostro racconto nel cammino dal punto A al punto B, hanno dovuto affrontare varie situazioni, si sono confrontati con problemi più o meno grandi, hanno gestito delle relazioni, hanno trovato vie d’uscita e, in qualsiasi modo siano arrivati a una conclusione, è un nuovo inizio.

Sarebbe comodo, per noi, immaginare di vivere in questo modo, con gli anni, i mesi e i giorni suddivisi in capitoli e paragrafi. Questo, almeno, ci consentirebbe di avere, sopra la nostra testa, un filo conduttore, una ragione per ogni blocco di testo che ci racconta. Ma la cosa è un poco più complessa.

1) Le storie hanno bisogno di un plot principale, una ragione d’essere che possa sintetizzare in un’iperbole il messaggio forte della narrazione. Se parlo della redenzione, quello sarà il filo conduttore dell’intera la struttura. Se parlo della dannazione, idem. Possiamo dire, in effetti, che il plot principale rappresenti le fondamenta, la colata di cemento sull’armatura d’acciaio. Fate questo esercizio: se avete chiaro il senso di quel che raccontate, provate a descriverlo in non più di 15-20 parole. Esempio, Il grande freddo: una riunione speciale tra amici cresciuti nell’epoca della contestazione è occasione per un importante bilancio esistenziale. Oppure, Un tranquillo weekend di paura: 4 amici organizzano in un’esplorazione in kayak in un canyon e si trovano braccati da pericolosi assassini.

2) Le storie vivono di intrecci perché nel simulare un ambiente reale ripropongono la complessità della vita, fatta sostanzialmente di interazioni e confronti con gli altri e l’altro da noi. Le trame secondarie che si dipartono dalla struttura centrale si chiamano sub-plot e, in un certo modo, seguono la stessa struttura di ogni altro racconto: incipit>situazione/problema>climax>risoluzione. I sub-plot, anche se apparentemente sembrano portare l’attenzione del lettore o dello spettatore altrove, in realtà rafforzano il senso del fil rouge centrale, lo approfondiscono, ne fanno vedere altri aspetti grazie a tecniche di contrasto, contrappunto, eco o rispecchiamento. Visivamente viene comodo pensare al grafo di una metropolitana o alla struttura di un grande albero. Nella metropolitana esistono direttrici centrali da cui partono altri percorsi, in un albero c’è il tronco e ci sono tanti rami che si sviluppano secondo traiettorie diverse. Esempio, Frances Ha: è la storia di un’intensa amicizia. La vita di una simpatica e anticonvenzionale ragazza newyorkese alla ricerca di se stessa e quella della sua migliore amica, che decide per una stabilità più borghese e si sposa. Un contrappunto importante che esalta il carattere e la scelta di libertà controcorrente della protagonista. Oppure, Beginners: la storia di un giovane creativo che trova se stesso e finalmente si lascia andare, e la vicenda di suo che, ormai vecchio, ammette e decide di vivere la sua omesessualità. Senza l’esempio di autenticità e coraggio del proprio padre, il personaggio principale non avrebbe potuto prendere coscienza dell’importanza di essere davvero se stessi.

3) I sub-plot sono narrazioni interrotte e, trattati nel modo giusto, possono creare nuove diramazioni pur dipendendo da una storia originaria. In questo caso, ultimamente molto utilizzato in tutto l’ambito definito transmedia, è come raccontare i tanti aspetti di un’unica situazione da tutte le angolazioni possibili. Mi spiego meglio: se pensiamo all’universo creato dalla Rowling con Harry Potter, abbiamo difficoltà a individuare un testo preciso perché, quel che balza alla mente, è l’insieme di racconti che interagiscono uno con l’altro e che, insieme, vanno a costruire l’immaginario di un mondo che ruota attorno a una situazione specifica generale – la magia e la scuola – e a un personaggio simbolo di questo singolare mondo – il maghetto con gli occhiali.

4) Le storie non hanno fine e si citano l’una l’altra, non tanto nel messaggio principale, che si riferisce per forza di cose alle grandi questioni del mondo, ma perché non possono fare a meno di citarsi l’un l’altra in un continuo rimando di riferimenti, intrecci, continuazioni che va al di là del singolo copione e del singole testo. In un certo senso, entriamo nell’ottica di una memoria e di una serie di incastri che sono il risultato del ripetersi quasi maniacale delle stesse simmetrie di significato, almeno per quel che concerne i valori universali. La biblioteca del mondo, diceva Borges. Possiamo dire che, anche nel mondo dei sub-plot e dei caratteri secondari è possibile procedere per familiarità e tipi, spesso ripetuti.

5) Scrivere una storia è costruire un mondo. Gli intrecci devono seguire una logica, rafforzare la struttura come un intonaco rafforza una muratura di sostegno. Vi propongo, in questo senso, una serie di strumenti. La visualizzazione. Utilizzare mappe concettuali, piuttosto che storyboard o che i grafici è importante. Ci sono moltissimi materiali di questo tipo, come il Syd Field. Altro consiglio importantissimo. Non rinunciare alle comodità della tecnologia. Adobe ha creato una suite gratuita (almeno la versione di base) per la creazione di copioni, storie e sceneggiature. Adobe Story è un software che permette di creare caratteri, ambientazioni, trame e sotto-trame, fino addirittura ai piani di produzione e al coordinamento di ogni fase dell’organizzazione della storia (qualora dovesse diventare un film, uno spot pubblicitari o altro ancora). Oggi, poi, è possibile trovare online software sempre più efficaci totalmente gratuiti.

Quindi, forza e buon lavoro!

 

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