Stand Up Comedy e Storytelling - Lateraltraining

Stand Up Comedy e Storytelling

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Un uomo solo contro tutti. Con l’espressione triste e pendula alla Buster Keaton. Il microfono alla bocca in una sala non molto grande affollata, invasa dal fumo delle sigarette e contratta nelle geometrie inaccessibili dei chiaroscuri risparmiati al buio. Un uomo non troppo ben vestito, a volte seduto in pizzo a uno sgabello, altre volte a passeggio su un palco. Quattro passi, uno stop, qualche battuta, una pausa tra il respiro naturale e l’ansia della risposta del pubblico. Poi, di nuovo avanti e indietro sul palco e, ancora, un altro stop.

Si è cominciato a parlare molto di stand up comedy con il film di Bob Fosse Lenny, interpretato nel 1974 da un magistrale Dustin Hoffman nei panni del grande comedian Lenny Bruce, morto prematuramente dopo una vita da comico geniale e una condotta di abusi ed eccessi di ogni tipo. Lenny, così come altri grandissimi nomi accanto al suo, è stato un trascinatore di masse, un mattatore. E, come altri, ha vissuto pericolosamente da perdente resiliente, da sconfitto resistente, come deve essere per quelli che uniscono l’intelligenza e la sensibilità all’impegno e all’urgenza di dire qualcosa che possa servire a cambiare le carte in tavola, a rendere le persone consapevoli della realtà, a innescare negli spettatori cortocircuiti creativi per far nascere ragionevoli dubbi e idee nuove.

Gli stand up comedian più importanti al mondo, secondo la classifica di Comedy Central, sono anche quelli che hanno avuto le vite più travagliate, disturbate, eccessive, e sono scomparsi prematuramente a causa di sregolatezze e comportamenti controversi. Artisti geniali come Richard Pryor, Bill Hicks, Andy Kaufman, artisti ancora in vita e in attività come Jerry Seinfield, Woody Allen, Luoise C.K., Bill Maher ecc, hanno cavalcato l’onda della verità e ne hanno fatto un’arte. Ci lasciano una riflessione profonda sul vero significato dello storytelling e su come alcune storie, quelle che colpiscono il pubblico, siano di fatto storie universali che riguardano tutti, appartengono a tutti e servono a tutti. La maggior parte di questi commedianti, come Lenny Bruce o Richard Pryor, hanno fatto scuola e hanno dettato le regole dell’ironia corrosiva e irriverente che fa da sfondo a una critica acuta e intransigente dei tabù e delle convenzioni della società. Chi ha parlato di razzismo, chi ha ironizzato sulla segregazione, chi ha riflettuto sulla superstizione, chi ha messo in ridicolo le contraddizioni delle religioni. Ognuno di loro è salito sul palco per offrire uno spunto e ne sono venute fuori, a volte, magnifiche lectiones magistrales da ricordare.

Dal punto di vista della tecnica dello storytelling, ecco alcuni elementi importantissimi:

  • gli argomenti dei comedian toccano spesso argomentazioni serie, problemi importanti, magistralmente ridotti ad aneddoto per via della messa in ridicolo dei luoghi comuni (ok, parliamo di maschi e femmine e di come è difficile trovare un comune accordo…);
  • tutti i comedian giocano sul vissuto personale e, anche quando trattano argomenti seri, li portano sul terreno di un’esperienza grottesca che gli è realmente accaduta e che mostra l’assurdità del pensiero convenzionale di partenza (a chi di voi sarà capito di parcheggiare la macchina…);
  • i comedian, una volta individuati gli argomenti, li personalizzano sulla base del carattere e del modo di pensare del proprio personaggio (va bene… molti di voi mi conoscono e sanno che sono oltraggioso, spregiudicato e sacrilego, ok?)
  • dal punto di vista tecnico, la maggior parte dei grandi comedian utilizza una tecnica di contrapposizione. Costruiscono l’importanza del luogo comune alimentando la complicità del pubblico e, una volta ottenuto il consenso, si contrappongono in modo aggressivo e oltraggioso, fino a porsi come una sorta di nemico del popolo (siamo tutti d’accordo che la religione sia così importante, vero? beh, sapete che vi dico, andate al diavolo…)
  • dal punto di vista performativo, i comedian seguono un canovaccio di massima, una scaletta piuttosto flessibile che prevede di giocare (anche per mezzo dell’improvvisazione) su una serie di varianti che ruotano attorno a uno stesso argomento (che stavo dicendo? già, i miei figli… mi viene in mente un aneddoto, scusate se divago).

Le tecniche di storytelling di questi artisti non sono molto distanti (comicità a parte) da quelle di qualsiasi altro grande speaker che conosca come utilizzare l’energia e l’empatia che si crea con un pubblico e orientarli alla legittimazione dei propri argomenti. È un esercizio di sense making che non può appoggiarsi in modo esclusivo a un copione, ma che ha bisogno di un instancabile e impercettibile lavoro di recitazione, di sensibilità nel cogliere le sfumature umorali e e le reazioni emotive degli spettatori: intelligenza, umorismo, dimestichezza con alcune tecniche di recitazione, serenità nel padroneggiare un certo carisma nell’improvvisazione, ecco alcuni elementi che, oggi, fanno la differenza nel public speaking.

Dalla stand up comedy possiamo trarre questo insegnamento. Un contenuto per arrivare deve far riflettere e per far riflettere deve coinvolgere e per coinvolgere deve toccare le emozioni. 

 

 

p.s. l’immagine di George Carlin in copertina è stat presa da internet. Qualsiasi problema di copyright ci verrà segnalato, provvederemo a toglierla immediatamente.

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